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fabbri diei cistella persone seduti

ALTO PIEMONTE_ 08-11-2020-- Questa domenica vi proponiamo

il racconto di Gianpaolo Fabbri della salita al Diei e al Cistella:

PREMESSA. Al Diei e al Cistella siamo saliti tante volte, lungo percorsi diversi, uno anche già raccontato. Ci siamo saliti da Foppiano, da Solcio , da San Domenico. Oggi utilizziamo al massimo gli impianti di risalita, ma le energie risparmiate le sfrutteremo proprio tutte in una lunga ed avventurosa discesa. 

20 AGOSTO 2020

Dislivello: salita 600 m, discesa 1650 m. Tempo totale: 6 h 30’. Sviluppo: 12 km.

Oggi ce la prendiamo comoda, soprattutto (e soltanto) in salita. Dopo il solito caffè con mascherina a Varzo raggiungiamo San Domenico e parcheggiamo. Con la prima seggiovia saliamo al Dosso, 2480. Siamo in diciassette, ma sempre distanti e prudenti, nonostante il virus si sia preso un periodo di riposo, che purtroppo sarà di breve durata. Quattordici maschietti, di cui uno solo contribuisce al pagamento delle nostre pensioni, accompagnano una fanciulla e due esperte signore. Per ora splende il sole. Salire di qui a Diei e Cistella diventa un’escursione alla portata di quasi tutti. Dopo il primo tratto poco più che pianeggiante s’inizia a salire seriamente. Il sentiero è evidente e molto frequentato oggi: del resto siamo in pieno agosto. Due del gruppo vanno subito inspiegabilmente in fuga e li ritroveremo solo più tardi.

Arriviamo ad un bivio. Diritti si va al Cistella. Noi teniamo la sinistra e superiamo il solito ripido canalino che richiede attenzione, soprattutto ad evitare di muovere sassi che creerebbero seri problemi a chi sta più in basso. Con la folla odierna, che comprende anche dilettanti allo sbaraglio, le antenne sono ben collegate. Superato questo tratto, arriviamo ai vasti altipiani che precedono la vetta del Pizzo Diei, 2906, con il suo paesaggio lunare. Camminiamo da un’ora e un quarto. Troviamo i due fuggitivi, i cui ardori sembrano placati. Cominciano a infittirsi nuvole che ci toglieranno parte del panorama, ma consentiranno ai fotografi bravi di creare magie. Ci si abbassa di circa centocinquanta metri lungo il percorso ben segnato con alcuni tratti divertenti di primo grado inferiore. Dolcemente si risale al Rifugio Leoni a quota 2800 circa.

Di qui immancabile la salita al Monte Cistella, 2880, la montagna degli ossolani per eccellenza e forse il più bel punto panoramico del nostro già ricchissimo territorio. L’ultimo tratto è ripido e c’è qualche aiutino meccanico sotto forma di catene. Dal Diei circa un’ora. In vetta non c’è molto spazio e c’è tanta gente. Basta non sporgersi troppo sull’impervio versante nord. Ridiscendiamo al Rifugio Leoni e iniziamo la discesa verso il vallone di Solcio. Alla bocchetta omonima, 2610 (tre quarti d’ora dal Cistella), che lo domina ci fermiamo per rifocillarci e per decidere il nostro immediato futuro. Ci sovrasta il Pizzo Boni.

Siamo al fresco, immersi a tratti in una nebbia imprevista. Consulto un professionista indigeno, conoscitore del territorio, e decidiamo di soffrire un po’, di provocare qualche scarica di adrenalina e di risparmiare circa tre chilometri sul già lungo sviluppo odierno, oltre ad almeno un’ora di cammino. Quello che non abbiamo bruciato in salita è giusto bruciarlo in una ardita discesa. Saprò poi che non tutti saranno entusiasti della scelta. Devo ancora imparare che l’unico modo per non sbagliare è lasciar decidere e fare agli altri. Tornando alla gita, scendiamo verso occidente (destra) e non verso Solcio. Il primo tratto è molto ripido, su tracce. Risaliamo poi brevemente ad una piccola sella e, finalmente su un pezzo di sentiero, attraversiamo fino ad una lieve dorsale, in prossimità di una croce, che domina il vallone di Coatè.

Si vira a sinistra e poi ci si tuffa verso il basso lungo un sentiero che scompare presto nel ripido dell’erba alta e dei rododendri. La direzione è imperdibile. Dopo più di un’ora e mezza dalla Bocchetta di Solcio incrociamo la strada che sale da San Domenico e va verso Solcio. Siamo poco sopra l’Alpe Coatè. Più o meno stanchi, più o meno incazzati per l’odissea imprevista, riposiamo un po’. Alla ripartenza un dipendente INPS segnala la perdita del cellulare. Qualcuno dà inizio alla ricerca tornando sui suoi passi, mentre gli altri, lungo la strada in direzione San Domenico, dopo una brevissima risalita e dopo l’Alpe Balzo, 1875, calano sull’Alpe Moiero bassa, 1705, ed aspettano l’esito della ricerca.

Felici che il cellulare fosse in un’altra tasca dei calzoni o dello zaino (cose che capitano anche e soprattutto ai più giovani), ripartiamo per il parcheggio di San Domenico alternando strada e sentiero, passando per Dorcia, 1559, e Fernone (due ore da Coatè). Un sofferto drink a San Domenico conclude l’odissea intorno ai luoghi dove si cerca di “avvicinare le montagne”. 

Gianpaolo Fabbri

 

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